Chi Phat, ovvero l’arte di essere una fihaco’hani

Ieri un amico mi ha fatto scoprire questa definizione che sposo immediatamente, nonostante io sia una gattara convinta e i cani tutto sommato meh.

Trattasi di fihaco’hani (fica-coi-cani, per quelli senza gorgia):

tizia con capello medio lungo o quantomeno un po’ stranello, poco pettinato √

tizia con un presunto amore per la comunità locale e scoprire nuove culture √

lunghe gonne o pantaloni larghettoni portati con le birkenstock (le camper d’inverno) √ – check solo a metà perché il mio abbigliamento è schizofrenico, e le camper costano veramente troppo perché me le voglia comprare

che va a giro per i mercatini √ con il cane sciolto che le gira intorno (non check perché se porto il gatto sciolto a giro ne ritrovo due)

lily-wardrobe
attempato prototipo di Fihaco’hani. Da grande voglio essere Frankie Bergstein.

Ma pure se ci fossero ancora meno corrispondenze, fihaco’hani è un po’ uno state of mind, è una cosa che ti senti dentro, è tipo l’entusiasmo folle che ti prende quando leggi su un sito che esiste, in mezzo ai monti Cardamomi, una comunità ecoturistica. COMUNITÀ ECOTURISTICA, manco sapevo ancora di cosa si trattasse e già avevo le pupille dilatate. ANDIAMO. CI ANDIAMO. CI DOBBIAMO ANDARE.
Ho costretto la povera MairandaGiulai a modificare l’itinerario aggiungendo una tappa che ogni volta che la racconto la gente mi guarda come a dire ‘tu sei una persona orrenda’, ma che invece, nonostante quello che dice lei, alla fine è quella che è rimasta più impressa a entrambe.

Sento la voce di Miranda alle spalle: “e te credo”.

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no Miranda was harmed during this trip

La prenotazione di quest’ultima tappa l’ho già raccontata qui, il seguito corrisponde abbastanza alle aspettative. Come forse si è intuito, e forse nonostante le apparenze (per chi non ci conosce, ovviamente), quella ruspante del dynamic duo, qua, sono io. Con una migliore amica che è la UR-LAFIHACO’HANI, poi, come potrei non essere stata nemmeno un pochino contagiata? E quindi avoglia, sportività, dormiamo nella polvere! nei sacchi! Per terra! tutto si può fare, tutto è bello, tutto è un’esperienza anche se poi mi ritrovo cionca e la mia cretina schiena patisce. MirandaGrumpiny invece colcazzo. Ogni prenotazione di hotel è stata una lunga contrattazione, qui poi:

– Miraaanda andiamo ste due notti nella famiglia cambogiana?
– MA TE SEI SCEMA
– …
– ANDIAMO NEL BUNGALOW LUSSO (10 dolla) IN CIMA AL PROMONTORIO SUL FIUME ISOLATO E CON LE FARFALLINE CHE VOLTEGGIANO ATTORNO A NOI
– NO
– SCORDATELO
– allora andiamo nella guesthouse
– ma che palle ma che cazzo ma che schifo ma che merda
– guesthouse.
– ma che palle ma che cazzo ma che schifo ma che merda
– guesthouse.
– uff.

Guesthouse. Partiamo da Sihanoukville per Chi Phat salendo su un bus con l’unica indicazione di scendere al terzo ponte, quello con un’insegna azzurra. Azzecchiamo la discesa e ci sono effettivamente delle motorette ad aspettarci

– Miranda a Chi Phat ci andiamo in nave vero?
– No sie ci vogliono due ore, si va in moto
– Abbiamo degli zaini della madonna
[miranda minaccia di mangiarmi la testa]
– ok.

Motorette scalcagnate che in qualche modo riescono a contenere i nostri – ora lo so – eccessivi zainoni, e noi, e il conducente. Partiamo alla volta di 45 minuti in moto di stradine sterrate al termine delle quali c’è una micro chiatta che ci porta sull’altra riva e poi siamo nel villaggio, tra galline e mucche e bambini moccicosi, ovviamente in pigiama.
Abbiamo già parlato della cosa del pigiama, vero?

Insomma si arriva alla reception, tutti scalzi, leviamoci le scarpe pure noi (la faccia di miranda inizia a contorcersi), andiamo a cercare di capire dove siamo. polvere, gente che non parla inglese. ci portano dopo un po’ di attesa alla nostra guest house

scena da ieri sera:
io- era un po’ una dependance di una case-
m- ERA UN CAPANNO DEGLI ATTREZZI RIADATTATO

che effettivamente ecco non era esattamente spettacolare ma oh, sette dolla a notte, col bagno privato, ma ‘sa voi, ma nsomma e invece no. C’erano i muri intarsiati, aperti, tipo prese d’aria: AUTOSTRADE PER RAGNI. insetticida ovunque. Immediato srotolamento delle fino ad allora intatte lenzuola d’emergenza di decathlò. Il bagno è la morte dei sensi. Miranda smette di parlarmi, e rimane chiusa nel suo mutismo per tutta la sera mentre io mi faccio i cazzi di tutti, cani compresi, e amicizzo un’australiana e una newyorchese che cazzo parlava veramente con quel birignao orribile che si sente in Girls o in Broad City, con tutte le finali di frase a punto interrogativo.
Insomma intanto, nonostante il temporaneo mutismo ( – dài ma sei arrabbiata? – mi STO CONCENTRANDO), eravamo anche riuscite a prenotare un’attività – le famose MISSION – per il giorno dopo, un giro in mountain bike, sì, ovviamente la bici l’ho voluta io, per i ridenti dintorni, a veder le cascate e gli antichi vasi da recuperare.

Il giorno dopo eravamo io e Miranda abbastanza convinte, e poi la newyorker e l’aussie che in pratica erano state infilate di diritto in questo tour ma non erano proprio convintissime della cosa. Specie l’australiana, abbastanza sovrappeso: è partita sportivissima, ma all’ennesima curva sotto il sole era davvero disperata e solo la consapevolezza che a tornare indietro si perdeva e un po’ il senso di colpa l’han portata a finire tutto. Io attraversavo splendida ponticelli sospesi, chiudendo gli occhi, lanciandomi e urlando BONACISI dentro di me, e poi però sempre sia lodato il buon Fiorenzo, ce la facevo abbastanza bene. Insomma saliamo, scendiamo, curviamo, pedaliamo e alla fine arriviamo in un posto ganzissimo pieno d’acqua fresca e farfalle molto attratte dal costume di Miranda.

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c’erano un’italiana, un’americana e un’australiana

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Dopo aver consumato il nostro gioioso pranzetto avvolto nelle foglie di banana, esserci riposate, aver preso il solicino, chiacchierato con la venticinquenne guida che ci portava in giro e si lamentava di non essere sposato (c’era una coppia gaia, una quarantenne newyorchese dalle fattezze di dodicenne e una trentacinquenne australiana dalle fattezze di cinquantenne che si guardavano e ridevano), è il momento di ripartire.

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per la cronaca, 1000 riel sono 25 centesimi di dolla

Passiamo oltre questo confine con questa barriera con un pericolosissimo vecchietto a fare la guardia, ripartiamo ed è il. fottutissimo. delirio.

Un sole bestiale, su di noi nemmeno una nuvola ma le favole le vedevamo perché dal caldo si vedevano i mostri, le due tipe dietro manca poco piangevano e anzi, l’aussie ha pianto sì, povera, e però abbiamo proseguito per andare a vedere gli antichi vasi e lì è dove ho ceduto io, visto che per vederli bisognava salire su una scalettina stretta stretta e dritta dritta. L’ho fatto. Tutta felice mi faccio pure le foto in versione Sapore Vero, e poi scopro che i veri Antichi Vasi stavano dall’altra parte del dirupello su cui eravamo rannicchiate. Bisognava camminare su un millimetro di roccia per arrivarci e lì is where I sounded my barbaric MA COL CAZZO PROPRIO over the rooftops of the world.

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Sapore Vero

Insomma crisi di panico più crisi di panico meno, ce l’abbiamo fatta anche a tornare indietro. In tempo per vedere scatenarsi il diluvio, rifugiarci nelle nostre casette, lavarci, e vedere evaporare tutta la pioggia dal terreno rosso. Scena non fotografabile ma veramente figa.

Ceniamo all’altro ristorante del villaggio, che fa concorrenza a quello del centro, tutte insieme, parliamo con la figlia della proprietaria che parlava inglese meglio di noi, otto anni di splendore e mani appiccicose e una parola carina per tutti (“YOU ARE SO BIG!” “…kids are so cruel”). Giochiamo con Scabbia, il cane del ristorante, andiamo a letto e niente, fine di Chi Phat, la mattina dopo viene il solito minivan di lussissimo che contiene massimo sei persone (europee, e altri undici cambogiani) e ci riporta a Phnom Penh.

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This is our last goodbye
I hate to feel the love between us die
But it’s over
Just hear this and then I’ll go
You gave me more to live for
More than you’ll ever know

Poi aeroporto, poi Bangkok. Bangkok, peraltro, che dopo 18 giorni di Cambogia, sembrava tipo Stoccolma per l’ordine e la pulizia, e che ci siamo girate tutte in modalità Cina, un monumento al minuto, nelle otto ore che avevamo a disposizione. Un pad thai buonissimo, chi l’avrebbe mai detto.

Zangoliamo un altro paio di oceani di latte (guarda come zangolo – guarda come zangolo – con Visnù, tarataratara), tentiamo di fotografare il buddha giganterrimo senza risultato decente, ovvio, stupa, monumenti, stupa, monumenti, la cambogia è chiaramente il tarocco della thailandia, in thailandia ti arrestano se pensi anche solo a “prendere in giro” il buddha, ovunque si piange per la morte del re, si cena fuori mangiando strabene [spendendo poco e pagando con carta, ché a differenza della Cambogia – dove prendono quasi solo dollari di carta e sennò ti caricano la commissione, qui si paga in Baht e un po’ come ci pare], si comprano altre mille paia di pantaloni larghettoni [oh, ridendo e scherzando la Thailandia è più economica, sto fatto che paga in Baht effettivamente è un risparmio, anche se si parla di cifre infime], il pulmino che ci porta in aeroporto arriva quasi puntuale, arriviamo in aeroporto, partiamo, overdose di film di merda + Best Exotic Marigold Hotel che è proprio cuoricioso, musica musica dormire dormire ingozzare come tacchini.

E poi siamo a Milano e poi a Firenze e poi a letto e poi a lavoro.

Però insomma, è stato bello.

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