Da Kim in poi, è tutto in discesa

…nel senso che sennò non la finisco più e quindi, forte anche del fatto che HO SCARICATO LE FOTO DELLA REFLEX E FANNO QUASI TUTTE RECERE MA LE HO SCARICATE GAUDEAMUS HALLELUJAH, mo finisco sto racconto della Cambogia. E dunque

SIEM REAP

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Lui è Kim. Kim parla l’inglese dei telefilm auanasgana, quindi molto meglio di tutti gli altri cambogiani, è un chiarissimo smartass che ispira fiducia (anche se io dopo avergli dato il deposito non ho dormito la notte per il timore che poi non tornasse), è un ganzo, un po’ marpione ma mai mai mai irrispettoso, very open minded, bellino l’abbiamo già detto? insomma super Kim che mi aveva anche dato il biglietto da visita ma non lo trovo più, comunque è l’unico cambogiano caruccio quindi se cercate tuk tuk a siem reap cercate lui.

Siem Reap è bella, è trafficata quanto Phnom Penh ma ci puoi camminare senza temere troppo per la vita, c’è la stupida pub street con i suoi pub (nostro di riferimento: Angkor What? ma pure il Linga, il gay bar che abbiamo capito dopo perché si chiamasse così, ma in cui però in realtà non siamo mai entrate perché erano tutti maschi) ma senza luci rosse, è fitto di australiani che fanno la vacanza nella vacanza, e soprattutto ha i templi.
Con 45 dolla di abbonamento per tre giorni, più altri 70 al nostro amato Kim, ci siamo girate il più possibile questo complesso assolutamente pazzesco, al termine del quale eravamo così cotte che andavamo avanti per inerzia commentando “sassi sassi ruderi ruderi” ma hey, che fai, non lo vai a vedere il tempietto più inculato nella natura selvaggia? (no, perché ci stanno le mine).
Sono molto fiera di me perché ho scalato robe altissime e sono qui per raccontarlo invece di essere ancora abbrancata a qualche roccia, ormai del tutto disidratata; e poi perché, in generale, sono viva. Momento gratitudine a Fiorenzo, il mio allenatore in palestra: senza le sue serie di addominali ben nascosti dalla ciccia non credo che sarei riuscita a tirarmi su per bene mentre cadevo all’indietro dall’impalcatura al bordo di cui mi ero accovacciata per fare una foto figa al tempo di Ta Promh, quello di Tomb Raider, e spoiler, la foto fa cagare. Grazie Fiorenzo. Grazie anche perché la resistenza per le ore di cammino sotto il sole a picco e l’umido la devo sempre a te, quasi tutta. E grazie Kim che nei settanta dolla comprendevi anche il ricambio costante di acqua fresca.

MA LE VOGLIAMO METTE DU FOTINE? METTIAMOLE.

No, davvero, dei templi si potrebbe parlare ore, per la storia, per la mitologia che è una specie di rimaneggiamento in salsa cambogiana di quella induista, la zangolatura dell’oceano di latte che diventerà un tormentone per me e Mairandy, le strutture incredibilmente grandi, la giungla che si mangia tutto, cose che le puoi solo vedere e guardare e cercare di ficcartele negli occhi – o sulla pelle, avevo quasi pensato di tatuarmi un’Apsara nello stile Khmer da qualche parte ma poi mi sono detta che se faccio così per ogni viaggio che faccio poi davvero non mi rimane spazio, poi mi sono pure detta ma indo’ vo che non c’ho soldi e a quel punto ho detto sai che c’è ma vaffanculo. Niente apsara, se non nel cuor. Le apsara sono tipo delle semidee, nate appunto dalla zangolatura dell’oceano di latte, e che poi sono diventate le tipiche ballerine cambogiane, quelle che stanno sulle guide, queste qua insomma.

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L’ultimo giorno a Siem Reap siamo state anche a vedere Tonlé Sap, un lago famoso per i villaggi di pescatori sulle palafitte. Povertà e sorrisi sdentati a venticinque dolla, anche questo è parte dei vari progetti di ecoturismo per cui paghi ma quel che paghi va a sostentare le comunità locali – ce ne sono tantissime di proposte del genere, ci sono anche per esempio i ristoranti della catena TREE Alliance che supporta i ragazzi di strada e dalla strada li toglie (che è dove abbiamo mangiato i ragni), ma anche molti hotel. Una notevole scaga per la sottoscritta, di nuovo, che si è trovata a dover bilanciare il modesto sedere dentro una barchina che macomecazzosifa. Ah, a Siem Reap c’è pure il KFC (Khmer Fried Chicken, AH AH AH), che come tutto il resto della Cambogia non accetta carte di credito e serve il pollo fritto con gli odori cambogiani.

Infine giretto a Siem Reap l’ultima mattina, passeggiata molto tranquilla a piedi per vedere cose più o meno interessanti, tipo la sede di Artisans Angkor, altro posto per la rieducazione di vari tipi di soggetti svantaggiati che produce cose incredibilmente belle;

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ah, questi sono Linga.

l’oltrarno del Mekong, mangiare l’ennesimo buonissimo Amok con una salsina al pepe e limone che mi faceva venire i lucciconi dalla bontà, poi si torna in albergo e si aspetta che arrivi il pick up che ci porta al bus che ci porta a Sihanoukville. E si aspetta. E si aspetta. E si aspetta. E si chiede a Vann, O demiurgico Vann che tutto puoi, gliela fai una telefonata? E Vann telefona, e ci dice it’s all good, e intanto l’autobus dovrebbe esser partito da un’ora, ma oh, it’s all good. L’unico bus che avevamo prenotato in agenzia perché Kim <3 knows it better, e però che palle oh. Alla fine arriva, raccatta altra gente, si va, ci sono svariati autobus notturni, uno dei quali si apre davanti a noi (numero biglietto, orario bus, nah) irrorandoci di puzza di piedi. Uno dei circa cinque o sei autisti ci invita caldamente a levarci le scarpe prima di salire, eseguiamo, entriamo qui.
Qui è dove abbiamo più o meno dormito e a tratti tentato di combattere noia e nausea continuando la visione, iniziata giorni e giorni prima, di 50 sfumature di grigio – non più di mezz’ora alla volta pena violente contorsioni di stomaco e drastico calo della libido. Per darvi un’idea della guida cambogiana: si doveva partire alle 8 e arrivare alle 6. Siamo partiti alle 10 circa e arrivati alle 5.

SIHANOUKVILLE (nome sobrio venuto dal soberrimo sovrano Sihanouk, adatto a una città la cui rotonda è una statua di rara sobrietà)

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rara

Ci sveglia l’omino urlando SIANUVIII SIANUVIII e tutti di corsa a cercare i propri pezzi sparsi, ci abbandonano in uno spiazzo in the middle of nowhere ma tanto c’erano i nostri amici tuktuk, che però essendo Sianuvì parecchio turistica ci mandavano in culo quando provavamo a contrattare. Ed essendo io ormai abituata a litigare con i guidatori al grido di ONE DOLLA, ho abbastanza sofferto quando al tipo abbiamo dovuto darne tre. Ben tre. Arriviamo in albergo: è troppo presto per pensare anche solo lontanamente a un check in. Facciamo colazione, ci spiaggiamo sui divanetti della piscina dell’albergo, cerchiamo di dormire, non ci riusciamo, richiamiamo un tuktuk, facciamo un giro in centro (in pratica come essere a Grossetobeach ma con più turisti), convinco Miranda a noleggiare le bici.

CONVINCO MIRANDA A NOLEGGIARE LE BICI.

Credo di non essermi mai beccata tanti insulti nel corso della mia trentennale esistenza. Saliamo, arranchiamo, saliamo, la mia bici ovviamente funziona male, saliamo, arranchiamo, ci viene da piangere, un caldo della madonna, ci infiliamo nel famoso mercato coperto che come tutti i mercati coperti è l’attrazione di tutte le città, mi faccio la foto bimbominkia col ragazzetto svedesotto o quel che era dal fisico di lanciatore di coriandoli con l’heartagram tatuato sul petto (“Can I take a picture with you?” “I wish it happened all the time!”)

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LOVE IS A FLAME THAT CAN’T BE TAIMED

e mangiato l’ennesimo ananas, l’ennesimo JackFruit, camminato in mezzo alla puzza di pesce, ripreso la bici, bestemmiato, rientrate in hotel, fatto doccia, uscite col tuk tuk, scoperto di essere nel quartiere dove le ragazzine sono merce gettonata, tristezza, rientrare, schiantare.
Mattina dopo OTRES BEACH II, che la guida dice essere meno turistica. Anche lì giretto in tuk tuk, spiaggia meravigliosa, io mi faccio fare le sopracciglia da un ladyboy molto simpatico che padroneggiava alla perfezione la tecnica della depilazione a filo e mi ha giurato che non sarebbero ricresciute prima di due mesi (adorabile bugiarda), mare, tramonto romantico, rientro, lavare, cambiare, prendere bici, rendere bici, prenotare gita per il giorno dopo (Koh Rong Saloem, NO NON VOGLIAMO IL TOUR NELLA HAPPY BOAT, NOI SIAMO PERSONE TRISTI) e sentirci rimbalzare per il tour nel parco del Ream, oasi naturalistica di meraviglie assolute perché non c’era abbastanza gente, andare a mangiare in un altro ristorante della Tree Alliance, tuk tuk, dormire.

Koh Rong Saloem ve la riassumiamo così:

…bònaaaa. Conosciuto molta gente simpatica nell’happy boat che faceva finta di non essere una happy boat, ma che metteva a palla la musica anni 90 (non sentivo UN DOS TRES UN PASITO ADELANTE MARIA da veramente molto tempo) e tentava di coinvolgere la gente nel karaoke, tra cui il self made man israeliano che importa melograni e la palese coppia di inglesi velatissimi che Sol e Robert je fanno una pippa, my wife di qua my wife dellà io e il mio amico ci vediamo ogni anno in Cambogia, si si vabbè.
Conosciamo anche un simpatico tipo belga con fidanzata vietnamita che ci dicono che domani vanno in gita al parco del Ream, e che a loro nessuno ha detto che non ci fosse posto, e quindi appena arriviamo a riva ci fiondiamo (cioè, aspettiamo il tuk tuk che ci fionda) all’ufficio turismo e riproviamo a prenotare la visita e hey, la visita c’è!

Ceniamo in un posto bellissimo che si chiama Maybe Later dove hanno mille tipi di tequila diversi e io chiedo un margarita ma mi portano quello sbagliato allora dopo me ne portano uno giusto e sono entrambi buonissimi e io mi sbronzo così, mentre leggo un orribile manoscritto francese che la mia editor-capa mi ha passato sbattendosene il cazzo della mail “ciao vado in vacanza” (Santa Miranda per la pazienza). Riesco pure a mandare la scheda e mangiare i nachos ed essere felice.

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due margarita e un brutto romanzo francese. REGISTI INDIE, SCANSATEVE

E la mattina dopo Parco Nazionale del Ream, un tripudio di mangrovie e animali e barche e barche e mangrovie e guida che parla una specie di inglese e il gatto della palafitta dove abbiamo pranzato e ancora mangrovie, acqua, pioggerellina, chiacchiere, tutti ventenni intorno a noi a parte uno spagnolo che usa l’assegno di disoccupazione per girare il mondo, attraversamento di passerelle che a un certo punto mi sono bloccata e la guida è tornata indietro a portarmi per mano perché io davvero non ce la facevo, ma ce l’ho fatta, ragni giganti, formicai giganti, bellezza, bellezza.

Nel frattempo abbiamo cambiato albergo, perché in realtà noi volevamo dormire da Above Us Only Sky, un hotel fatto di bungalow sulla spiaggia, che era pieno per le nostre 4 notti a sianùvill, e quindi ce ne siamo fatte solo due e oh dio grazie, perché il bungalow sulla spiaggia è bello, ma se la spiaggia diventa un continuo rave è un po’ meno bello. Sentivo le vibrazioni dell’unz unz fino alle cinque di mattina, mi vibravano le ossa, lo sterno, la testa e tutte le madonne roteanti che lanciavo nell’aria.
Ripartire, almeno per questo, è stato una benedizione. Sianùvill l’abbiamo salutata dopo aver assaggiato la pizza cambogiana, che pensavamo peggio, quando la mattina superprestissimo ci siamo rimesse in viaggio verso la meta definitiva, nonché ultima tappa del nostro viaggio.

CHI PHAT.

Però mi sa che su Chi Phat faccio un post a parte.

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