Lost inside Cambodia

Con questa – terribile – ho finito, penso, le canzoni occidentali che parlano di Cambogia (quella scorsa era la molto più figa Holiday In Cambodia dei Dead Kennedys, che se volessi seguire la linea l’anno prossimo CALIFORNIA UBER ALLES, mica male).

Vabbè, dov’eravamo rimasti? Ah, sì, a Kratie. Da Sorya, best restaurant in town. Diobono, son passati quasi due mesi e ancora non ho parlato di Angkor Wat. Ma ci arriviamo.
Comunque a Kratie alla fine non abbiamo mangiato la pizza. Abbiamo fatto i capricci, iniziato a dire ‘no sorry but we’re italians we eat this all the time we don’t want it WE WANT KHMER FOOD’. Eravamo pronte a rinunciare anche alla cena offerta, ma essendo Kratie una tranquillissima e sonnolenta cittadina di mare (non è di mare, è di Mekong, ma a me sa di posto di mare) alla fine siamo state portate senza troppe storie nell’altro best restaurant in town, e lì abbiamo potuto mangiare il nostro Fish Amok e l’insalata di fiori di banano e tutte queste cose strabuone che si mangiano lì. Dimenticabilissima la cena nel best in town, ma tanto eravamo così stanche e così rintontite che quasi quasi pure la pizza ci poteva stare. Anche perché dopo i delfini sbuffoni dell’Irrawaddy il tour comprendeva anche IL TEMPIO BUDDISTA su pei monti, mi sa che mi ero scordata di raccontare questo piccolo dettaglio.

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i millemila scalini che portano al tempio buddista con le statue a grandezza reale e le pitture delle punizioni per i peccati mortali e una bellissima vista in cima in cima e un sacco di piccoli buddistini che attaccavano bottone mentre dipingevano le scale. Budda per il sociale.

Il nostro tuktukista ci ha aspettate come un buon babbino per quasi tutto il tempo, e meno male, perché al momento di pagare ovviamente nessuno capiva più nulla – cosa copriva il nostro buono? chi eravamo? quanti dolla? e perché? Peraltro ha pagato per noi babbo tuktuk (solo il secondo e credo una birra, avevamo preso qualcos’altro e abbiamo pagato noi una cifra ridicola), che poi ci ha riaccompagnate all’albergo dietro l’angolo e non voleva accettare un centesimo, per dargli uno stramaledetto dolla abbiamo dovuto quasi litigarci.
Fun fact: quasi tutti, la sera, avevano un cerottone appiccicato in fronte. Gara di testate? La risposta l’abbiamo avuta a Sihanoukville, quindi se ne riparla tra qualche post – no, vabbè, la soluzione è ovvia e semplice e si chiama cerottone rinfrescante. Non voglio nemmeno immaginare il tasso di chimicanza.
Che poi c’era questa cosa strana del funzionamento ‘al contrario’, un po’ in tutta la Cambogia: i cerottoni la gente se li metteva a sera, quando iniziava a rinfrescare, e di giorno no. I negozi erano aperti anche nelle ore più calde e assassine, ma di sera no. I posti chiudono prestissimo. E non solo nella non-marittima Kratie, dappertutto. A parte Siem Reap, di cui parlerò DAVVERO nel prossimo post perché ne merita uno tutto per sé.

E quindi, visto che da Kratie siamo andate a Siem Reap, cosa cavolo c’è da raccontare?

ma, ovviamente,

QUESTO.

INTERCOOLER
L’INTERCOOLER.

Ovvero, il modo in cui abbiamo scoperto che i Cambogiani sono in grado di sovvertire le leggi della fisica e far entrare in un van per sei adulti la bellezza di: undici adulti, cinque bambini, relativi zaini e uno scooter.

giuro. Anzi, show, don’t tell:

Noi eravamo sedute nei sedili più in fondo e non per nostra scelta, siamo state spedite lì con una certa decisione, a condividere l’unico lungo sedile con altre due ragazze, due credo tedesche che avevano preso la situazione, inizialmente, in modo più serafico. Ma solo perché non erano state messe negli strapuntini, come è capitato invece a una francese che credo, per tutta la durata del viaggio, abbia solo pregato che le corde che reggevano gli zaini che erano posati sul motorino che pendevano sulla sua testa non cedessero.

O come i tre americani che gli autisti hanno cercato di dividere, dicendo loro ‘due di qua e uno nell’altro van, tanto vanno tutti nello stesso punto. Si son spostati tutti e tre insieme e li abbiamo invidiati, perché c’era effettivamente meno gente lì da loro.

Quando ci siamo fermati alla stazione di servizio (dei baracchini + una micropalafitta che funzionava da cesso) per ripigliarci dopo tre ore e passa di viaggio compressi tra gambe e sedili e zaini e buste e zanzare – always bring your antizanzara – mi sono messa a chiacchierare con loro, i very typical american boyz travelling around, seeing the world, vent’anni e ovviamente avevano bell’e visto il quadruplo dei posti che ho visto io in trenta, e insomma loro se la ridevano eeeh, queste zone son così. Hakuna Matata, tutta frenesia.
Mi sono consolata con una spiattata di ramen istantaneo bollente e piccantissimo – ci dovrebbero essere foto di me che mi ustiono la lingua, da qualche parte che non si troverà mai, ho comprato il balsamo di tigre perché chissà, un pacchetto di oreo (vanno fortissimo gli Oreo in Cambogia), una camminata e poi sono salita, insieme al resto del gregge, sull’Intercooler. Per scoprire che l’Intercooler saliva a sua volta su una chiatta che attraversava un fiumiciattolo che poi ci portava sull’altra riva.
Mentre l’omino nel sedile davanti a Alice scaracchiava beato i suoi resti catarrosi fuori dal finestrino e quindi sulla chiatta e anche potenzialmente addosso a lei (cosa che stava per succedere e giuro che ho temuto volassero teste, altro che Khmer Rossi), siccome non potevamo certo continuare a guardare il delizioso film iniziato la sera prima causa vergogna e imbarazzo e noia profonda, io mi sono fatta coinvolgere dall’incredibile film di serie Z che passava lo schermo del pulmino. Una storia drammatica, un guerriero che gli muore il babbo la mamma la sorella la zia e il compagnone occhialuto, viene messo in prigione, tutti lo odiano, con le dita trapassa i nemici che manco alla scuola di Hokuto, il cattivo cinese con proverbiale barbetta à la Pai Mei ride sguaiato mentre le pareti della prigione lo spiaccicano e gli ex nemici danno la vita per lui, pianti, fughe sotto la pioggia, urla, grida, e poi un vindice finale totalmente privo di senso.

Quanta soddisfazione.

Siamo arrivati a Siem Reap dopo un paio di filmacci, uno dei quali era pure licenzioso, sembrava di vedere un brutto anime degli anni 70 con le tipe poppute e le facce dei vecchi che diventano rosse e esplodono e esce il sangue dal naso, e luci soffuse e donnine e vocine. Un caldo boia. Un casino boia. E lì, ad aspettarci, bello e sfrontato – sul serio, l’unico cambogiano bello di tutta la Cambogia -, c’era lui: KIM.

Tuk Tuk?

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