Kiàzzura

Oggi a lavoro (quello a scuola di cui non parlo quasi mai) è arrivata una lettera dal Giappone. Una scrittura traballante la intesta al nostro indirizzo, e contiene un bigliettino di auguri un po’ kitsch per me e la mia collega yogi, con una frase in giapponese e relativa traduzione in italiano.

È firmata Yoshiko, e dopo una ricerchina io e la Yogi abbiamo capito di chi si tratta: è Kiàzzura.

Kiàzzura è una signora che è apparsa lievitando dalle scale alla reception della scuola, una vecchietta tutta ripiegata su sé stessa, con una valigina al seguito. Era vestita in stile contemporaneo, capelli corti, pantaloni, golfino e scarpe comode, ma ai miei occhi aveva sembianze e vestiti di una tipica vecchina giapponese da manga, da film di Miyazaki, kimono, crocchia, geta e tutto l’ambaradan.

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presente, no?

Parlava pochissimo italiano, zero inglese, ma voleva fare un corso da noi. Era, più o meno, il 15 dicembre. L’ultima settimana di lezioni dell’anno, ma lei pensava di far lezione anche durante le feste.

A fatica le abbiamo fatto capire che questo non sarebbe stato possibile, ma lei ha comunque prenotato varie lezioni stioccandoci in faccia banconote intonse, fresche di banca. E voleva l’alloggio: dove metterla, questa vecchina fragile fragile, nelle case fiorentine piene di scalini? Che peraltro voleva stare vari giorni in più dopo la chiusura della scuola, addirittura durante le vacanze?

Alla fine la soluzione l’abbiamo trovata. Per gli ultimi giorni senza corso, alla faccia nostra, la signora Yoshiko ha prenotato una camera in uno degli hotel più centrali e famosi di Firenze. Il resto del tempo ha fatto le sue lezioni ed è stata da una signora che abita vicino a scuola.

La signora Yoshiko aveva deciso che io ero il suo punto di riferimento. Veniva spesso a scuola, anche quando lezioni non ce ne erano più, e chiedeva di me (Si-ru-via), facendosi le scale di pietra serena una per volta, camminando a passettini minuscoli, tutta china, le rughe sul volto cotto dal sole, i denti un po’ marci. Sembrava sempre vestita uguale, golfino e pantaloni beige. O, ai miei occhi, crocchia, geta e kimono. Faceva tenerezza, ma faceva anche un po’ paura. Mi chiedeva cose spesso incomprensibili, e io affascinatissima, sudando sette camicie, cercavo di aiutarla, parlando l’italiano più lento e semplificato che mi veniva in mente.

Uno degli ultimi giorni Yoshiko chiede di poter usare il fax (faxu): la compagnia aerea le doveva spedire il biglietto di ritorno. Panico: il fax era fuori uso. Da giorni. Io le dico: ma non possono mandare email? Ma lei non ha email (e-mai-ru). Io le dico: mandare email alla scuola! Loro mandano, noi stampiamo, tu voli a Kyoto. Lei dice ok e dal suo star tac telefona alla compagnia, in Giappone. Sequela di frasi dalle quali capto solo “eto” e “hai”. Poi la signora Yoshiko legge l’indirizzo email della scuola. Lo rilegge. Lo legge ancora una volta. Sempre più nervosa, sempre più impanicata. Quasi urla. Mi guarda, costernata, e mi dice che non capiscono l’indirizzo, che c’è un problema. Chiedo: la compagnia parla inglese? Sì. Ok, passa il telefono, Oba-san.

La ragazza all’altro capo, altrettanto frustrata, in inglese mi spiega che non c’è nessun problema, ma non riesce a capire l’indirizzo. Io glielo detto: xxx at xxx.com. Lei dice ok, adesso tutto chiaro, ma sicura che è solo questo? La signora continuava a dire Kiàzzura, Kiàzzura… Io non capisco, e ci penso, e continuo a pensarci fissando la mail.
Nel frattempo il biglietto arriva, lo stampo, glielo consegno, la signora Yoshiko saluta e lentamente discende le scale e si allontana dalla scuola, presumibilmente per sempre.

A un certo punto rivedo me stessa che leggo a voce alta la mail alla signora: xxx Chiocciola xxx.com.

Avevo provato con at, facendo ghirigori con la mano, ma il concetto di @ alla signora Yoshiko evidentemente era sconosciuto: quindi, come da miglior tradizione, lei aveva semplicemente giapponesizzato la fonetica di quel che le avevo detto io.

Kiàzzura.

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