Lo zen e l’arte della figura di merda

Non so voi, ma io ho dovuto imparare a mie spese a tenere la bocca chiusa in certe occasioni. E le mani in tasca.

Uno scoppia a piangere perché gli è morta la nonna e io gli offro un fazzoletto per sdrammatizzare (me lo sarei mangiato)

Ho chiesto a un’amica di mamma se fosse incinta (e non lo era)

Ho detto, e fatto cose, nella vita, che mi hanno fatto venire voglia di prendere, cacciarmi le mani sopra la testa e iniziare a spingere fino a seppellirmi sul posto.

Poi ho imparato, appunto, a evitare, e da un certo punto in poi ho scoperto anche che posso anche essere una persona brillante e socievole nelle occasioni varie, a sfoderare un sorrisone e nel dubbio tacere.
Ho imparato a mantenere il mio self control in tutte le occasioni possibili e, a qualche plateale scivolata nella cacca più fetida (“sono appena uscita da una chiusura” “ah mi dispiace” “parlavo di un libro” – TRUE STORY), generalmente ce la posso fare.
Anche perché d’altra parte ho imparato a sbattermene di cercare di essere sempre composta e elegante, non lo sarò mai, quindi tanto vale fare i versini cretini e le facce e gesticolare.

Tranne.

Tranne quando le genti manifestano interesse nei miei confronti. QUANDO MI CHIEDONO ESPLICITAMENTE DI USCIRE.
Sul serio, ma voialtre persone normali come fate? Cosa rispondete?
Io vado nel panico.

Tipo ieri no, è arrivato sto tipo della scuola in cui lavoro, uno studente – don’t get me wrong, gli studenti là possono pure esser cinquantenni, lui forse è pure un po’ più grande di me – e senza troppi giri di parole, visto che ero sola al desk, mi chiede se una volta voglio prendere un caffè.

Mentre il mio cervello credeva di elaborare velocissimo una risposta brillante e invece era sommerso da ogni tipo di dubbio, le mie reazioni sono state, nell’ordine: strabuzzare gli occhi, lasciar cadere cose, arrossire, boccheggiare, vedere il povero figliolo assumere un’espressione tra lo sconvolto e il sollevato (uh, l’ho scampata bella).
Ho mormorato qualcosa di inaudibile e lui mi fa “I had to try at least”.

Oh ma cazzo, a me dispiace! Cioè mi dispiace proprio. Che c’è di male a pigliare un caffè? Mica ti sto illudendo di qualcosa. Mica sei serio. Cioè, ma perché dovrei pensare che ti interesso? Magari ti sto simpatica. Il mio smagliante sorriso e il fatto che è grazie a me che hai il visto e sei in italia ti hanno convinto a offrirmi un caffè in amicizia. Cioè, Giorg, dai, ma chittesencula. Mica sto accettando un invito a sposarmi e fare tanti bambini. Un caffè. E però daaaaai lo sappiamo beniiiissimo che non è il caffè che gli interessa e nemmanco il mio smagliante sorriso, e – ci sono ricascata, devo dire qualcosa, che gli dico?

Gli dico ok.

eh.
eh.

Gli dico ok e gli lascio il mio numero di cellulare, e appena questo mi scrive gli faccio un pippone improponibile dicendo che no, che scusa, che sono pessima e lo so, ma insomma io sono fidanzata (ho proprio scritto engaged, perché “I’m in a relationship” è veramente troppo lungo, e questo mi fa pure: ma così giovane?) (mi fa anche: “pensavo fossi timida, non avrei detto fidanzata” – e qui ha rischiato che il mio pippone senso di colpa si trasformasse in pippone femminista, ma avevo ancora l’AWKWARD ALERT lampeggiante in capo) però esco volentieri, mi piace conoscere gente nuova, insomma, oddio scusa, che poi magari te manco miravi a chissà che insomma se vuoi un caffè da amici si piglia lo stesso.

L’ho stordito credo, infatti ieri ha fatto il simpa ma oggi non si è rifatto sentire.

E INDOVINATE CHI HANNO SCELTO COME CAVIA PER LA SIMULAZIONE D’ESAME DEL WORKSHOP A CUI LA SOTTOSCRITTA DOVRA’ ATTENDERE COME HOSTESS/TUTTOFARE?

Bah, domani vado a scuola in stile Pynchon.

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3 pensieri riguardo “Lo zen e l’arte della figura di merda

  1. Io non posso manco dirlo “No, scusa ma sai sono fidanzata”.
    Cioé potrei, ma essere bugiarda per sopravvivenza è un’altra delle molteplici cose che non so fare.
    Quindi, l’unica cosa di cui sono contenta è che, fortunatamente, non mi capita da un po’ che qualcuno stia così male da voler prendere un caffè con me, sennò AIUTOOOOO!

  2. Forse è perché siamo tutte sempre un groviglio di pensieri e abituati a farci seghe mentali anche su quanti plucake mangiare col latte la mattina. E quindi le domande buttate lì così, a bruciapelo, ci mandando in corto circuito e rispondiamo a caso.

    Comunque “parlavo di un libro” è meravigliosa. Da usare subito.

  3. Ma allora non sono l’unica disadattata che ANCORA non ha imparato a gestire queste situazioni in maniera NORMALE.

    Anche a me scatta la risposta da figa da legno (“No, scusa ma sai, sono fidanzata”) o l’OK+numero seguito da pippone, con la perenne sensazione del kittesencula in sottofondo.

    Abbracciamoci. Ma soprattutto troviamo una risposta decente da dare, caz!

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