Qui è dove scopro il postmoderno prima di studiarlo

Abbiate pietà, sono pazza.
Avevo messo questo post, poi l’ho tolto in preda all’imbarazzo (è brutto, è infantile, ma chi cazzo me credo d’esse per postare una robaccia di quando ero giovine e pretendere che la gente la legga), poi però sento che in qualche modo c’è una specie di nucleo della mia poetica là dentro e allora ce lo voglio rimettere ma poi mi rivergogno e poi mi sento idiota per averlo messo e poi tolto e quindi mi arrendo.
Ormai il danno è fatto.

 

[MOMENTONE SPUTTANAMENTO.
Nel post scorso ho mentito, non avevo letto tutti i racconti. Alcuni li ho bypassati bollandoli automaticamente come cagate pretenziose, già dal titolo. Tipo questo, che però poi mi sono andata a rileggere e mi sono detta epperò. Ventanni ciàvevo. Il titolo, “La collana spezzata”, è una citazione da uno scritto di De Chirico. Siamo nell’anno 2009. Periodo di grandi depressioni cosmiche e situazioni drammatiche nella mia testa, e di momenti di autocoscienza in cui facevo lunghissime camminate e poi tornavo a casa e scrivevo. AH. Al 99% questo l’ho scritto tornando dopo un’ora e passa di contemplazione&musica davanti a Fontebranda.]

l’enigma dell’oracolo è: “ma io che c’entro?” eh, caro mio, a vent’anni tutto c’entra.

[ok, confesso, ho leggermente rimaneggiato qualche pezzettino. Perlopiù ho espunto parti troppo lagnose.]


Il cielo che si riflette nei suoi occhi, sul viso – il naso arrossato, le guance gelate – è grigio senza motivo, biancastro come di neve. L’espressione del nulla, pensa lei, distesa sulla schiena, raggomitolata nel cappotto pesante per proteggersi dall’erba umida del giardino, che si insinua comunque fin nelle giunture.
Pensa che il cielo che si riflette nei suoi occhi, che li attraversa e penetra in lei, col freddo, con l’umido, si porta dietro una piccola porzione di nulla. Ne è sommersa.
Accanto a lei, un foglio pieno di frasi scritte, ordinate, una penna, abbandonati. Con la coda dell’occhio ne intravede il biancore confuso, li visualizza -frammenti di una collana, metafisica realtà distaccata da lei, come tutti gli oggetti che la circondano, come se stessa, morta alla vita. Si sente estranea a tutto, e tuttavia il suo corpo continua a percepire i sassolini sotto la sua schiena, il freddo sulle guance, il calore dentro di sé, un languore sensuale, immotivato,
e tuttavia il suo cervello continua a pensare.
Concepisce pensieri di cui non tiene il filo, se ne lascia attraversare, passivamente, quasi non rendendosi conto di essere lei ad averli formulati: lei, la stessa che poco prima cercava di mettere su carta le stesse parole, di dare un senso al suo essere – al suo essere mammifero, umano, donna.

L’assenza  è il filo portante di ognuno dei suoi pensieri, l’assenza di senso in tutto quello che fa e che avrebbe voluto fare o non fare. Il modo in cui finge facilmente di essere se stessa a seconda di come gli altri la pensano, e il modo in cui anche lei crede di essere se stessa a seconda di come si vede, assecondando le una nessuna e centomila visioni di lei che si riflettono, anche lei perlina di una collana, di quelle da poco prezzo, rotolata da qualche parte sul pavimento polveroso.
Non ha che se stessa, non ha che i propri pensieri e sente di starli perdendo. Muove un dito, svogliatamente, lo solleva con pesantezza dal terreno – pochi millimetri infiniti – e lo lascia ricadere giù, e l’urto le fa quasi male, raschia il terriccio sassoso.
È ancora viva, ma non si trova un senso. Tutto quello che ha fatto finora, leggere, informarsi del mondo, viverlo, credere di poterlo cambiare
Amare
Tutto quello che si è concretizzato in lei è su quel foglio bianchiccio che sta assorbendo l’umidità pomeridiana di una giornata d’autunno, mentre lei si lascia pervadere dal nulla, dal vuoto, come se non avesse altro da dire, da fare.

Ho solo vent’anni. Cosa ho fatto finora?
Ben venti anni di vita, passati a –
Non riesco a ricordare, uno, un solo momento realmente rilevante per me, per gli altri… ho scritto racconti, di donne perché sono donna, ho parlato con persone e le ho fatte innamorare di me, altri mi hanno odiata. Altri, indifferenti mi sono passati accanto
E io sono passata indifferente accanto ad altri

Non ho visto, perché non vedo mai abbastanza
Vorrei interessarmi al mondo, ma sono sostanzialmente egoista – egotista-
Non c’è un atteggiamento giusto o uno sbagliato, in questa storia, non c’è un comportamento migliore di un altro. Voglio smettere di forzarmi inutilmente,
smettere di fingere.
Sono, voglio essere totalmente decifrabile. Lasciare che gli eventi mi attraversino.

Non ci riesce, il dubbio rimane, il desiderare altri svolgimenti, altri sé.

Non può fare a meno di immaginare quello che sarebbe potuto avvenire, se: la sua stretta, le lacrime e ancora i baci tra le lacrime, la pelle riscaldata, l’odore di erba appena tagliata. Si sente, immediatamente, un po’ più forte, quella mollezza che non la abbandona mai, intorno al basso ventre, e chiude gli occhi.
Si inventa una nuova vita, nell’arco di un secondo, le si presentano infinite possibilità di scelta, infinite vite, vertiginosamente il suo passato la annulla – in un attimo prende coscienza di quanto sia labile la costruzione di una vita, di quanto tutto il suo essere dipenda da millesimi di secondo. Futili.

Non è così

Non è andata così e non può cambiare, è una ferita da portarsi dietro come le altre, una ferita di cui parlare, da raccontare cambiando nomi e situazioni, da riscrivere rendendola nuova e diversa e non sua.
L’odore dell’erba appena tagliata non c’era, nella realtà. C’era il sole e c’erano le sue lacrime, prima e dopo.

Non ha nessuno, ora, davanti cui essere. Potrebbe optare per un non-essere definitivo, semplicemente lasciarsi andare all’incoscienza e non farsi più trovare. Potrebbe scomparire dalle vite altrui così come vi ha fatto irruzione, senza neanche volerlo. Dimenticare le sue pulsioni, l’urgenza di amare, di essere toccata e di toccare, di avere un contatto fronte contro fronte, o un abbraccio qualsiasi, dimenticare di saper tenere una penna in mano per raccontarsi in mille forme nuove e sempre uguali.
Non dover più scavarsi dentro, cercare cosa cambiare, cosa conservare, e trovare sempre troppo marcio, sempre troppo rispetto al salvabile. Nessun rapporto da dover costruire a fatica, parole da cercare per tenere insieme una labile impalcatura di affetti, una ragnatela che lei stessa ha creato, in cui lei stessa si è avviluppata, e che talvolta la soffoca – filamenti di zucchero che si sciolgono in bocca, di nuvole, ma troppi, e pericolosamente pesanti, a volte.

Il pensiero la solleva, sapere di avere il diritto, quando e come vuole, di spezzare definitivamente i fili che la tengono ancorata alla realtà.

Per un istante crede davvero di poterlo fare.

Il suo corpo sull’erba ghiacciata, gli occhi aperti che riflettono il cielo vuoto, le dita contratte, la calza bucata – ma tutto è livido, l’autunno biancastro l’ha invasa e scolorita, e il suo corpo non sente più i sassolini che bucano il cappotto, una forbicina che le si arrampica lungo i jeans, le urla di chi la trova – così giovane – senza motivo – eppure sembrava felice – una disgrazia – così giovane

Un prurito, intorno al suo occhio destro, sbatte le palpebre. È una singola lacrima, che scivola fredda e veloce fino a terra. Commozione?
Partecipa commossa alla sua morte non avvenuta, e si odia per la sua innata tendenza a romanzare azioni, situazioni. Anche quando pensa, e lo sa, seleziona frasi e parole, secondo il suo stile. Anche quando si immagina morta.

Se morissi
Non potrei più immaginare

Non potrebbe più rifugiarsi in quella specie di utero caldo che è capace di crearsi, dove le situazioni sono drammatiche e liriche e incredibilmente splendide perché è lei che le decide, senza bisogno di motivazioni, senza sentirsi in colpa nei confronti di nessuno.
Anche se ultimamente il senso di colpa è entrato anche nei sogni, e se fa l’amore con qualcuno pensa alla protezione -anche per finta. Si sente sempre nuda e troppo vestita, goffa nei rapporti umani, inadatta.
Si sente ricoperta da una civiltà vischiosa da cui non ha modo di liberarsi, perché è lei stessa la prima a non volerlo. Lei sa di voler vivere ancora rapporti con persone, per quanto siano costruiti e organizzati e puliti. Lei sa di averne bisogno, sa che la vita non può fare a meno di attirarla, come mosca al miele, e che rischia di rimanere attaccata, per sempre, impossibilitata a muoversi, costretta ad annegare in una sabbia mobile di dolcezza sciropposa – falsa, stucchevole.

Un brivido violentissimo
Una goccia – due, tre, piove. Il biancastro è diventato livido, è un colore spettrale attraversato a tratti da lampi di luce violentissimi. Nella tasca del suo cappotto vibra il cellulare.
Si alza in piedi, muscolo dopo muscolo. Si incammina, lasciandosi dietro – piccolo segno di inciviltà, ribellione non voluta – un pezzo di carta ormai fradicio, parole illeggibili e confuse, frammenti di una vita come altre.

Non ci sono parole per me, sono già state usate.
Continuerò, quando ne avrò il bisogno – ripeterò
– Tutto è già stato scritto.

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8 pensieri riguardo “Qui è dove scopro il postmoderno prima di studiarlo

  1. Ciao! Ti seguo da un po’ (è da stalker?), soprattutto per il tuo punto di vista sui libri e quel che ci gira intorno, e che sfrutto per acquistare libri o conoscere autori altrimenti a me sconosciuti (meno stalker, vero?). Sarà per questo che non commento mai -mica perché c’ho la timidezza nell’inconscio e la spaccio per semplice ignoranza verso certi argomenti-. Comunque oggi ti commento questo post… e proprio perché sono ignorante. Perché io non so nemmeno quello che significa postmodernismo, non so se lo studierò mai, ma ho letto il tuo post e visto che non l’ho capito tutto l’ho pure riletto. Sarà la mia ignoranza, sarà che in alcuni passaggi l’ho sentito addosso, sarà che in altri mi è sembrato di avercelo davanti e in altri mi ci sono proprio persa, ma credo che lo rileggerò di nuovo e dunque, anche se non sono nessuno per giudicarlo, mi pare chiaro che a me è piaciuto. Ho pensato quindi -dopo la seconda lettura del tuo imbarazzo- che era il caso di dirtelo, anche se non so quanto valga la mia ignoranza, visto che non so dire cosa mi piaccia, ma a volte i “perché” sono sopravvalutati. Torno a rileggere… Buon weekend.

    1. Guarda, io son anni che cerco di farmelo spiegare (“Ciao Giorg, mi spieghi cos’è il postmoderno?” [Giorg cambia discorso]) e Giorgeliot non l’ha fatto MAI.
      Sono giunta alla (crudele) conclusione che non lo sappia per bene manco lei!…

      1. Ehm… io credo di non avere nemmeno le basi per chiedere cosa sia il postmoderno. Dovrei partire da: com’è il moderno? c’è un moderno? e il contemporaneo che è? e c’è uno prima e uno dopo, o si accavallano, oppure boh… e forse sto bestemmiando in chiesa, quindi, nel dubbio, la smetto (tanto c’è l’infinito internet che potrebbe rispondermi…credo). Intanto seguo i consigli di lettura che Giorgeliot dispensa con tanta passione, o almeno così pare, e mi faccio un’idea; conosco a modo mio. La comprensione, per ora, può anche aspettare…anche se il fatto che io diventerò sempre più… classica(?), per non dire antica (no, per non dire vecchia), mentre leggo postomoderno, mi fa rodere. Meglio farlo ora però, così quando sarò classica mi darò ai classici e saremo in sintonia completa ;) Buona giornata madamoiselle

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