Una cosa piccola ma buona

Dunque, dovevo parlare del racconto.

Il racconto è la mia forma narrativa preferita. Se fossi brava, se fossi seria e mi impegnassi tanto, scriverei racconti. Ma non sono brava, non sono seria e non riesco a impegnarmi, e quindi scrivo robe senza capo né coda su un blog.

Ci sono varie forme di racconto che mi piacciono: quelle che si intersecano in una trama più ampia e formano un romanzo, come ad esempio fa questo librettino che lessi tanto tempo fa e che fu letteralmente una folgorazione, per me

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Una vera folgorazione, perché non avevo praticamente mai letto racconti prima di allora, o comunque non li avevo mai letti senza considerarli poco più che accozzaglie di testi corti. E invece questo libro qua mi ha fatto capire che cazzo no, che un libro di racconti funziona se i racconti sono organizzati e accomunati da qualcosa, che può essere visibile e evidente come succede in questo libro qua, ma anche più sottile e impalpabile, storie diverse in posti diversi rese però tutte congruenti grazie, non so – alla lingua dell’autore, al sentire dell’autore. O ovviamente alla tematica.

Comunque, i miei preferiti sono i racconti ‘sfuggenti’, che amo ancora più di quelli con un inizio e una fine compiuti. Cioè quelli che si limitano a catturare un frame, un fotogramma – un frammento, come dicevo io quando provavo a scriverli – di una vita e poi la lasciavano andare. Sono i racconti contemporanei, alla fine, ormai pochi se non punti scrivono racconti “autoconclusivi”. Ma alcuni sono particolamente eccelsi. Per esempio: Grace Paley. Ringrazierò per sempre mia madre per avermi fatto leggere Piccoli contrattempi del vivere, in un’edizione vecchia vecchia. Altra folgorazione assoluta.

Poi con il tempo sono arrivati Munro, Carver, Cheever, Moody, Yates, pure Franco (quello, sì, James. Minimum fax ci ha preso di brutto a pubblicargli i racconti) e i pochi italiani che sono riusciti a farsi pubblicare racconti: Mozzi, Vinci, Falco, Raimo, Cognetti, ci metto pure Santoni anche se non sono sicurissima di poter definire racconti i Personaggi precari. Poi chi altri – vabbè Tozzi, Landolfi, Calvino, Benni, Gogol’, Dahl e il suo maledetto cosciotto assassino, Highsmith, tutto quello che si trova in rete e via dicendo.

Non ci ho messo Pirandello. Perché, come diceva qualche giorno fa Cognetti alla presentazione del suo libro sul racconto, spesso in Italia si tende a confondere racconto con novella e si seguono i precetti pirandelliani (com’era? prenderla per la coda?). E quindi per percepire qualcosa come un racconto, lo si deve intendere come corto. Tipo massimo tre, quattro pagine, e invece alle volte ci sono robe da venti pagine che te sei lì e aaaaggghhhhhh.
Io ho capito tardissimo questa cosa che un racconto non doveva essere breve. Da lì in poi, ho fatto una gran fatica per scrivere tanto (quando ancora mi impegnavo a scrivere), perché mi sembrava che bastasse poco – la descrizione di un gesto, un modo affrettato per raccontare le sensazioni, e finita lì. In realtà c’è una cosa che ho scritto miliardi di anni fa che ancora mi piace, l’unico frammento degno di essere considerato. Saranno dieci righe, e di un’ingenuità strabiliante, ma funzionavano.
Se lo ritrovo lo posto.

Comunque – perché mi piace tanto il racconto? Perché è difficile. Scrivere un bel racconto è la cosa più difficile del mondo. Perché è appagante, la deliziosa compattezza di un racconto in cui necessariamente qualcosa resta fuori e necessariamente va inseguito. Nei romanzi si ha lo spazio per definire la multiformità delle persone, nel racconto tutto deve essere immediato, e poco detto. E deve succedere attraverso i gesti. Ogni singola parola è fondamentale (ok, lo è per ogni forma letteraria. Ma nel racconto e nella poesia sgarrare è praticamente non concesso, mai), ogni gesto, ogni parola, ogni immagine ha un peso.
E questo lo so fare, penso, e perché? Perché da giovane mi sono distrutta a giocare di ruolo. Stare nella Gilda dei Teatranti di Lot mi ha insegnato a non fare descrizioni affrettate dei gesti. Io non potevo scrivere [si accascia a terra e piange], dovevo scrivere [sentì cedere le ginocchia e il legno raspare, poi le guance iniziarono a rigarsi di un liquido caldo e salato] e bla bla bla. Per carità, una merda, tutto rimaneva su un tono estremamente fabbiovolistico, però è stata una palestra utile. Non ho mai avuto il coraggio di arrivare fino in fondo – di scopare nella stanza privata con lo Scorpione con cui me la facevo virtualmente o con quello che poi era il mio primo ragazzo IRL – e tuttora credo che non sarei in grado di reggere una chat erotica. Ora mi sembrerebbe finto, penso, anche se all’epoca, pure se non arrivavo fino in fondo, quel teporino pressante tra le gambe lo sentivo eccome.
Nel senso, ho iniziato a masturbarmi leggendo Il delta di Venere.
Comunque. Ho imparato a riconoscere, se non a scrivere, tutte le scorciatoie, i cliché, i luoghi comuni, a evitare gli avverbi e le descrizioni veloci, ad apprezzare il caro vecchio Show, don’t tell.

Un’altra cosa che mi piace da morire è la forma “personal essay“. Tipo la roba che c’è su Abbiamo le prove, quello che scrive Violetta Bellocchio, quello che fanno magistralmente gli americani.
Adesso, se fossi una brava scrittrice, vorrei avere le palle di scrivere qualcosa di viscerale ed estremo, scevro di ogni fabbiovolismo, diretto e forte e limpido e sincero. Né con Beautyfull né con Cybernella ci sono riuscita pienamente, per non parlare del racconto che mi ossessiona da anni e per via del quale praticamente non scrivo più. Ma non lo sono, e sono bloccata pure nello scrivere il pezzo nuovo che vorrei scrivere per ALP, quindi parlo di quanto sia bello il racconto e quanto sia soddisfacente, quanto sia un cazzo di orgasmo arrivare in fondo anche solo a un singolo racconto perfetto.

***

[I wait, but it doesn’t kick in]

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14 pensieri riguardo “Una cosa piccola ma buona

  1. Ho recentemente ripreso a leggere e ho letto il libro di Schickler, volevo ringraziarti per avermelo fatto conoscere mi è piaciuto moltissimo! Non è che mi potresti consigliare qualcosa sullo stesso genere? Ad esempio della Munro da cosa mi consiglieresti di partire?

    1. Ciao! Perdonami ma wordpress ha smesso di avvisarmi quando la gente commenta quindi a volte mi perdo le cose e le recupero tardi.

      Schickler e la Munro in realtà sono diversissimi tra loro. Comunque io ho amato molto la raccolta “Troppa felicità”, quindi se vuoi parti da lì!
      Sul genere Schickler, invece, ci devo pensare: perché le altre cose sue che ho letto mi hanno ricordato abbastanza Lansdale, ma Baciarsi a Manhattan è diverso. Ecco, ce l’ho, forse: leggi Daniel Handler!

    1. ieri pomeriggio, una ragazza che “io non leggo racconti” è uscita dalla libreria, dopo mia filippica appassionata, con due-dico-due raccolte in mano! SO’ SODDISFAZIONI

  2. Bel post :) piccola curiosità:quindi la differenza tra novella e racconto starebbe solo nella maggiore lunghezza della prima?Ma alla fine il racconto può essere di qualunque lunghezza, quindi forse sta nella forma? urge chiarimento >.<
    Ps. il libro di Schickler non è disponibile su nessun sito :(

    1. no no no!
      Affatto, il racconto può essere corto quanto una novella. Solo che la novella è tradizionalmente corta e rapida, pungente, e credo che in Italia si sia spesso fatto coincidere il genere novella con il genere racconto, che può essere sia altrettanto corto sia molto più esteso e meno, come dire, “autoconclusivo”.
      Cioè, nella novella, almeno quella tradizionale, si tende a sapere tutto dei personaggi e di quello che succede. Il racconto è pieno di ellissi e omissioni.
      Mi pare :)

      E il libro è vecchio, quindi purtroppo è ben probabile che non si trovi… Ma ce ne sono tanti altrettanto e forse più belli di quello, sparsi nelle librerie
      [messaggio promozionale: w le librerie de casa – possibilmente indipendenti, piccoline, coi librai che sanno di che si parla -, abbasso amazon!]

  3. “Comunque – perché mi piace tanto il racconto? Perché è difficile.”
    Ecco.
    Ma è difficile anche da lettore. Perché io ho bisogno di tempo per entrare nella storia e amare i personaggi (come nella vita vera) e il racconto esige tutto e subito e toglie tutto e subito.
    Maledetto.

    1. ESATTO!
      Anche io intendevo difficoltà non solo nello scrivere ma anche nel leggere. Tanto scrittrice non sono, lettrice sempre e comunque :)
      Comunque, hai detto benissimo. E che bellezza arrivare in fondo con quel senso di mancanza e soddisfazione insieme.

  4. “L’ una e l’altra [la novella e la tragedia classica] pigliano il fatto a dir così per la coda”. Mi viene da piangere. Ma, lacrime a parte, i fatti che scrivi sul blog hanno sia un capo, sia una coda. E la coda, a quanto pare, è fondamentale. :)

    1. su, Signorina, mi permetta di essere imprecisa e polemica un po’ a vuoto, per difendere il mio Amore ;)

      – e sì, la coda è importantissima, anche nei miei adorati racconti sfuggenti.

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