Hold on to yourself

Badum-tssss.

Dopo un mese esatto di tira e molla vari ho avuto la conferma: mi hanno presa. EVVIVA EVVIVA HO UN LAVORO EVVIVA EVVIVISSIMA EVVIVA! La mia reazione interiore, quando questi parlavano di cifre e contratti e io compostissima e seria ascoltavo e questi mi chiedevano “allora, accetti?”, era:

Che poi non è che sia il lavoro che mi cambierà la vita, anche perché durerà poco – oltre a non essere nemmeno lontanamente vicino a quello che vorrei fare da grande, ma questa è un’altra storia.

Però mi permette di stare abbastanza tranquilla economicamente per un pochino. Cercare con più agio. Zittire La Famiglia che aveva iniziato ad essere alquanto stressante (“ma non fai nulla!”).

Comunque gli esamacci li farò: ci ho pensato parecchio, mentre mi lamentavo un sacco su facebook e altrove e ne parlavo con varie persone. Il punto non è che a me non piace insegnare, o che l’idea di insegnare mi dà la nausea. La nausea me la dà l’idea di rimettermi a studiare, dopo due anni, peraltro cose di cui non mi frega veramente un cazzo per fare, prima o poi, forse, un concorso in cui forse potrei essere chiamata a fare, boh- una supplenza? L’insegnamento di per sé non mi dispiace. Sono bravina con le ripetizioni individuali e sono riuscita a tenere a bada una classe di austriaci diciassettenni in palese esuberanza ormonale (per una settimana). Se potessi insegnare le cose che amo, tipo appunto la letteratura, a parte che probabilmente diventerei la versione femminile del mio prof di italiano del liceo – e questa cosa, chi sa di cosa parlo, non è necessariamente positiva -, credo che potrei farlo abbastanza bene. Poi la scuola è quella che è, e stanno facendo di tutto per renderla peggiore di quello che è, ma il punto non è “mi fa schifo insegnare”.

I punti sono: serve fare questi esami? E alla fine la risposta è sì.

E soprattutto: ma tu vuoi veramente insegnare? La risposta, in questo caso, è no. Non voglio: quello che io vorrei è lavorare su una scrivania coperta di fogli a loro volta coperti di segni in un codice preciso che io conosco e che piano piano si trasformano in libri.

DIO, SE MI MANCA
DIO, SE MI MANCA

Ma per ora ho fatto cappuccini e spritz e venti euro di mance una sera; ho redatto lettere di liquidazione e appiccicato etichette magnetiche ai libri di una biblioteca; ho corretto tesi a nero; ho insegnato a una figliolina che l’eneide non erano solo strani versi incomprensibili; ho aiutato universitari a compilarsi il piano di studio (e se l’unisi non mi toglie da quel database giuro che glielo hackero); e da gennaio sarò nella segreteria di una scuola a gestire i contatti con le agenzie che portano i caravanserragli di giuovini che vogliono “learn Italian in Florence”.
Posso pure fare questo.

[la lezione che i ragazzi austriaci hanno preferito in assoluto:]

[tutto il giorno a fare paraparatunz, dopo]

Mi fa un po’ tristezza che il valore di una cosa importante come l’insegnamento sia quasi del tutto andata perduta in virtù di un “è il precariato baby, si applica ovunque e si spera in una chiamata”, ma purtroppo è così.
Farò quegli esami. Poi magari il DITALS. Poi magari prenderò l’ECDL (rendiamoci conto: ho competenze ben superiori a quelle dell’ecdl, ma lo chiedono). Poi magari prenderò tutte le attestazioni di lingue straniere che mi mancano perché sono una fava.

Comunque, il succo di tutte le mie perplessità è questo.
Nel frattempo è venuta fuori la storia(ccia) degli accrediti a Più Libri Più Liberi, che è un bel casino in effetti – come si fa a accreditare tutti senza rimetterci? Su quali basi è fondata sta fiera? Vabbè che come fiera in realtà è un po’ un troiaio, l’anno scorso ci fu polemica perché all’ingresso c’erano tutti gli stand degli EDITORI A PAGAMENTO, ovvero la feccia della feccia dell’editoria e quindi si capisce bene che al palazzo dei congressi dell’EUR e all’AIE non interessa molto la questione della ‘qualità’ o della ‘professionalità’ ma gli garba parecchio di più il soldo.
E quindi sborserò: non sono andata a Bookcity E non sono andata al Pisa Book Festival, ma almeno a Roma ci vorrei tornare. Credo che non mi porterò chissà quanti cv dietro, perché mi sembra clamorosamente inutile lo spaccio selvaggio come fossero volantini: l’ho fatto l’anno scorso e il risultato è stato LA DESOLAZIONE. Ma vado a salutare un po’ di gente, mi faccio vedere – insomma, facciocosevedogente, che io Moretti manco lo capisco troppo* ma è un CULT e quindi va citato.

Tra parentesi: blablacar ok, o alle brutte il regionalazzo-de-tre-ore. Però, prima di ricorrere al couchsurfing: qualcuno mi ospita a Roma? Mi sa che ci vengo tra il 5 e il 6.

Maremma, menomale che a gennaio inizio a lavorare, che pure se sono tirchia la situazione poi mi diventa economicamente spinosa – e io sono una stramaledetta spendacciona. (Ma se hai appena scritto che sei tirchia? Vero. Ma poi mi ritrovo sempre a spendere soldi in minchiate.)

A proposito, mi regalate Hemingwrite? Magari poi divento davvero una scrittrice famosa.


  • breve storia di come ho visto Ecce Bombo

Alla veneranda età di anni 14, con i miei tre millimetri di capelli e collarini spunzonati (ben prima di Barbie Sirena), mi trovavo nella graziosa cittadina di Heidelberg, che poi sarebbe diventata la meta del mio erasmus, in visita alla figlia di un’amica di MADREH, con MADREH. Stavamo facendo un interrail: io l’avevo vinto con un concorso “per giovani lettori”, non mi ci avrebbero mai mandata da sola, nessuno voleva venire e quindi. Gran viaggio. Insomma niente, eravamo state a Varsavia Cracovia Budapest Praga e poi Berlino con una tappa notturna in treno in qualche buco di culo slavo (ma qui ci vorrebbe un altro asterisco per raccontarla) (così come ce ne vorrebbe uno per le vicende praghesi) e alla fine Heidelberg “dalla Grazia”.
Ora, tutto molto figo, ma io avevo pur sempre 14 anni, quindi giustamente a un certo punto decisi che non volevo uscire. Non mi andava. FANKULO. E rimasi a casa, sul letto a baldacchino della grazia di cui mi ero perdutamente innamorata (del letto, ma forse un pochino anche di lei, era una ganzissima). A fare che? Boh, ad annoiarmi. Che mi avevano dato da fare, la mia MADREH fricchettona e la sua amica fricchettona? Da guardare Ecce Bombo. Una delle poche videocassette in italiano che la Grazia aveva lì. “è bellissimo, fa ridere un sacco, ti piacerà di sicuro”.

Non sono nemmeno sicura di essere arrivata in fondo.

 

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4 pensieri riguardo “Hold on to yourself

  1. Pensavo di essere l’unica ad aver fatto l’associazione zozza con DITALS, un po’ come con “sega” quando sei alle medie, e invece… #grazieSnob (;-)
    Per il resto, giubilo per il lavoro (non è quello della vita ma tanto magna’ si deve magna’ e se serve – come serve – a farti stare più tranquilla, ben venga) e in bocca al lupo per gli esami che sono una scelta che non condivido (a suo tempo ho detto no, con tutte le conseguenze del caso, eh) ma comprendo.

  2. “Sono una truzza” dovrebbe essere utilizzato da qualsiasi buon educatore.
    Che posso dire, Moretti a parte che mi astengo dal commentare, in bocca al lupo e zittiscili tutti!

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