My supersweet sixteen

E ieri sono uscita con le mie nuove coinquiline, che poi sono le vecchie coinquiline di Miranda. Ridendo e scherzando ci siamo ritrovate a parlare dell’annosa questione ‘come ti vedono in famiglia‘: allora c’era una di loro che diceva di essere la trentenne atipica perché l’unica nella sua cerchia a non essere sposata con marmocchi e vivere in una casa da “studenti” e l’altra che, a ventiquattro anni, raccontava di come è difficile tornare a casa sua dove c’è un’etichetta per tutto, e se non sei conforme all’etichetta giusta allora sei strana.

Io pensavo: Adesso non ho grossi problemi. I miei amici sono tutti incasinati, sparsi per il mondo, più o meno disoccupati, più o meno accoppiatei più o meno vestiti a cazzo de cane. Nessuno di noi si pone di questi problemi e nessuno giudica nessuno. Nemmeno i miei genitori. Anzi, considerando che è la prima volta nella mia vita che ho una storia della durata superiore all’anno scarso e sembro intenzionata ad andare avanti così, e mi vedono serena, e l’unica cosa che mi provoca davvero l’ansia è la questione del lavoro, credo che siano pure contenti per me.
Ma del resto, a casa mia, nel senso di in Toscana, i miei genitori – a parte qualche momento particolarmente incisivo, tipo il periodo Barbie Sirena* – non mi hanno mai particolarmente rotto le scatole per come mi vestivo. Pablo taceva e soffriva in silenzio, Madre quasi quasi si divertiva. E io andavo a giro come il Mad Hatter di Tim Burton, calze a righe colorate e scarpe con lo zeppone nero e gonne a quadri e smalto nero e capelli di vari colori e settantacinque strati di eyeliner.

HELLOOOOOOO CAPTAIN EYELINER

Il problema veniva al momento in cui bisognava andare tutti quanti in puglia-puglia-puglia: improvvisamente il mio guardaroba diventava un marchio del demonio e io non ero autorizzata a indossare nulla dei miei vestiti normali, a truccarmi come mi truccavo, a portare i ciondoli e gli anelli che portavo. ERA SBAGLIATO. All’improvviso, ero sbagliata io. Tutto quello che mi caratterizzava all’epoca diventava un problema: questa dualità, in realtà, esiste ancora adesso ed è dovuta a una certa fissazione per la segretezza che contraddistingue gran parte della mia famiglia. Meglio non dire a tua zia che stiamo andando a pranzo fuori – che poi dice che siamo sempre in giro. Cambiati, che vuoi che dica la gente? Figuriamoci adesso se mi è possibile andare lì e dire ciao, visto che mi rompete sempre il cazzo con la domanda del secolo, la risposta è sì, sono felicemente impegnata, lei è Judy e ci vogliamo bene [cit.]. Insomma il coming out attualmente non è concepibile. E vabbè. In realtà non vabbè per niente, ma per il momento me lo faccio andare bè. In questo caso poi posso dire che ci sono ben altri problemi di cui occuparsi, al momento.

Comunque. All’epoca mi vestivo in quel modo anche perché – unito a una certa passione per il camp e il trash che mi ha sempre reso particolarmente frociarola ancor prima che frocia io stessa – non ero esattamente a mio agio con il corpo, considerando che è cambiato mentre io portavo il busto e non ho avuto granché modo di starci dietro. L’ultimo anno delle medie notavo già che qualcosa era cambiato, ma mi ero sempre considerata culona e sfigata e quindi, finché una mia compagna di classe non mi ha letteralmente detto in faccia che avevo un bel corpo, non avrei mai preso in considerazione l’ipotesi. A quel punto però, con quel corpo, che ci facevo? BOH. E quindi taglia i capelli a zero, poi falli allungare, poi tingili di nero, di rosso, di viola e decolorali e ritingili di viola (Barbie Sirena*). E mettiti le cose più appariscenti che hai, così invece di commentare il corpo commentano i vestiti. Ovviamente non erano robe consapevoli, le ricostruisco adesso a posteriori e magari sono pure forzature della fase da ribelle adolescenziale. Resta il fatto che, vestita così, mi sentivo FORTE, se qualcuno mi diceva qualcosa mi sentivo mooolto più libera di alzare il dito medio e tenerlo su. E rispondere. E mi piaceva tantissimo attirare l’attenzione in quel modo.
A maggior ragione mi sarebbe piaciuto farlo liberamente in puglia-puglia. Che tuttora mio nonno quando mi vede vestita “da femmina” quasi si commuove. E lo dice, eh, lo dice sempre. Me lo dicono sempre tutti, da sempre: come staresti bene vestita normale; come staresti bene con meno trucco.

putting-eyeliner-on

Poi non lo so cosa è cambiato. Penso che mutando ambiente e amici, passando all’università, anche il bisogno di fare l’alternativa a tutti i costi si sia ridimensionato – anche se l’eyeliner (magari messo meglio) continuo a portarlo in quantità discrete, e le calze colorate me le metto ancora però. Però adesso, quando scendo, quasi quasi piacciono pure ai miei.
Forse è davvero come diceva una delle ragazze ieri. Il punto sta tutto nell’accettarsi. Al momento in cui non ti frega un cazzo (davvero, non per finta) di come ti vedono gli altri e impari a vederti da sola, cade ogni schermo e quindi anche ogni giudizio. Non lo so.

Resta il fatto che a me, tuttora, piace attirare l’attenzione. Non mi vesto più da pseudodarkettonalternativafanculotutti, ma il mio guardaroba ancora non è che sia esattamente sobrio. Elegante, sì, può esserlo se voglio. Ma sobrio… uhm. Come questo si coniughi col fatto che i commenti del cazzo li ritengo una forma schifosa di vecchia mentalità, è una cosa che si spiega solo con l’hashtag #ineedfeminismbecause. Credo.

Ha una morale questo post? Non penso. Sono solo riflessioni sparse su tutto quello che ha generato nella mia testa la storia dei video newyorchesi/romani/egiziani (dove, peraltro, si sottolinea che le protagoniste sono vestite con tshirt nera e jeans).
Se proprio devo fare una chiusura a effetto, è “w le slut walk“.
Andate in pace. E vestiti come ve pare.


*

barbie Sirena.
Barbie Sirena. La gnocca che fui, e manco me ne rendevo conto per bene.
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15 pensieri riguardo “My supersweet sixteen

  1. Ok, preso nota e mi piaci proprio.

    Ma spero che il trucco sugli occhi si sia alleggerito e di molto.

    [sì, sono proprio stronzo abbastanza da scriverti solo per questa inezia, è il mio equivalente del like.]

    ^_^

    1. Per il trucco: mah, dipende da come mi gira. A volte è leggero, a volte è pesantissimo, a volte non c’è proprio.

      Per tutto il resto: ciao, grazie e benvenuto!

  2. Io ho avuto due anni universitaria era: pantalone di pelle, tacco, maglia nera, pelliccia leopardata, trucco accuratamente sfatto e occhiale Chanel con diametro lente di venti centimetri anche di notte.

    Giuro che più volte mi hanno fermato in giro per l’università chiedendomi “DESIDERA?”, dando per scontato che non fossi una studentessa ma che il magnaccia mi avesse nascosto il mio compenso in cocaina dentro i cessi della facoltà.

    (VOGLIAMO BARBIE SIRENA BACK.)

        1. Il colore è vita se ti fai tinte belle e ben tenute (vedi il tuo verde, cara la mia Snob), ma ci sono stati momenti, in passato, in cui ho avuto in testa roba che voi umani… brrrr!

  3. A me vestirmi (non si è mai trattato di un semplice coprirmi con degli abiti) e sperimentare con l’abbigliamento piace. Ho cambiato stile (molto!) nel corso degli anni ma devo dire che mi sono sempre divertita, senza per questo essere estrema o necessariamente eccessiva.

    Ma non credo sia stato/sia tanto il fatto di voler stare al centro dell’attenzione (anzi, soprattutto all’università tutti i commenti in proposito – positivi, per altro – mi infastidivano alquanto, ora meno ma solo perchénon cago più la mossa, come direbbero a Bologna), quanto il gusto di scegliere, di non uniformarmi, di trovare cose “mie” che parlassero la mia lingua.

    Ha un senso tutto ciò? Lo ha per me ma poi boh. Una morale? Anche no. Vado a leggermi gli altri post ché mi pare roba seria. (;-)

    1. Adesso anche a me piace vestirmi come sto bene, ma riconosco che in questo c’è talvolta una componente “esibizionista”, nel senso che so che attirerà necessariamente lo sguardo altrui e mi sta bene, non mi importa. Prima lo urlavo, che non mi importava -e invece ovviamente sì- ora… Forse nemmeno io “cago la mossa”, se ho capito icché vor di’!

  4. E lì mi sa che non erano nemmeno viola viola viola!…
    Io, per l’amor di dio, meno mi vedevano meglio stavo. Mi sono fatta venire la gobba per non far vedere al mondo che avevo (ho) le tette. Zero cura per i capelli.
    Tuttora mi vesto come una raccattata.
    Io sostengo da sempre di essere brutta, ho il complesso del naso gigante e torto.
    Gente a cui piaccio esiste. E a me dicono: se ti curassi di più saresti proprio una bella ragazza.
    Sì, può essere. Probabilmente è con questo che non riuscirei a convivere, con l’attenzione che la gente mi darebbe se mi curassi.
    PS: che bello vedere qui Mareva! Ciao Mareva, io ti stalkero (bonariamente) da una vita, ma a dirtelo sul tuo blog mi vergogno. Sei bellissima e io ti voglio bene ♥

      1. Sì certo, ai em biutiful no metter uot AI sei!
        Non lo faremo mai l’henné, siete du sòle te e la Carlo.
        Ma vi voglio bene uguale ♥

  5. Io ho sempre avuto molta paura di cambiare esteriormente, di essere visibile e al centro dell’attenzione. Ma quanto avrei voluto esprimermi (maggiormente di come ho fatto) attraverso l’abbigliamento.

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