Beautyfull

Questo raccontino è stato pubblicato un paio di anni fa su Le parole e le cose. Dopodiché ho praticamente smesso di scrivere narrativa (o pseudo-), anche se all’epoca un paio di persone mi incoraggiarono ad ampliarlo o a scriverne un seguito. Ho anche subito delle discrete critiche, sia sul sito (sono SNOB! questo racconto è reazionario! Non sono abbastanza di sinistra), sia in privato – Luana è un nome tipico della zona e il mio è un assunto classista.
Insomma.
Però mi hanno anche detto delle cose belle. Il più bel complimento è stato quello di un amico e compagno fuorisede che ha detto che gli trasmetteva la vibrazione delle ruote dei trolley “da rientro” sulla strada. Anche se i trolley non compaiono, io e lui ci siamo capiti.
Forse adesso scriverei cose leggermente diverse, ma forse no. Mi piace molto. Ho pensato tanto a come potrei ampliarlo, ma lo trovo “chiuso” così com’è, anche se non tutto è chiaro.
Visto che sta lì sul sito, un po’ abbandonato – come è giusto che sia – e visto che qua in teoria dovevo scriverci anche delle “silly novels” intese come raccontini, ce lo ributto dentro. Che magari mi riprende lo stimolo.

Ci cambio l’immagine di apertura. Quella scelta dai proprietari del sito è bellissima, ma qui decido io.


IMG_0326

Il viaggio in autobus dal Valdarno a Siena passa per paesini interni che altrimenti conoscerei a malapena. Faccio lo stesso tragitto, con lo stesso bus, dal 2005. L’autobus percorre strade che sembrano fatte unicamente di curve, parte alle sette e venti e io, per essere sotto la pensilina in orario, mi devo alzare molto prima, svegliare mio padre perché mi accompagni in macchina, finire di preparare uno zaino, chiudere una valigia. Spesso la sera prima della partenza vado a letto tardissimo, perché devo salutare gli amici che non vedo mai. Di solito ho sonno, ma la prima parte del tragitto non dormo: ho paura di mancare la fermata di Pietraviva, dove chi va verso Siena scende e aspetta il cambio, cercando il sole delle 8,30. Di solito leggo, a volte sono troppo stanca e mi limito ad ascoltare musica.

Un giorno, l’autobus prendeva una salita che è anche una rotonda e forse anche una piazza, ho alzato gli occhi mentre passavamo davanti ad un loggiato con dei negozi.
“Luana Beautyfull”.
Questa Luana che fa scrivere un’insegna sbagliata, che accetto perché è esposta in un paesino minuscolo e la giudico ingenua, mentre se fosse a Firenze mi farebbe rabbrividire – questa Luana chi è? Quanti anni ha? Sicuramente è un’estetista.
Il nome, l’insegna rosa fucsia senza nessuna pretesa: tutto fa pensare ad una donna adulta, sulla cinquantina, di quelle che passano la ceretta col mestolo di legno, con la piega a bigodini e le dita sporche di tintura rossastra. Luana è anche un nome difficile da adolescente, un nome porno – Luana Liana (conoscevo una Liana) Luana – Luana la puttana, Luana Moana ana ana ana ana, potrebbe anche essere una signora con le labbra rimpolpate e gli zigomi al botulino, che sfrega la pelle delle cosce con le unghie rifatte al gel quando stende la cera.
Oppure è una ragazza, vittima di una madre teledipendente. Sicuramente qualche vecchio telefilm aveva una Luana. Questa Luana potrebbe avere la mia età e non essere mai uscita dal suo pezzo di Bucine, comune italiano di 10.194 abitanti della provincia di Arezzo, se non per andare a scuola o a ballare. Non ho modo di sapere cosa pensa al riguardo. Luana – con i capelli biondocenere legati stretti – applica la cera rosa appiccicosa sulle mie gambe e mi chiede E tu cosa fai, studi? Sì. E cosa? Lettere. Ah. Appiccica la striscia di carta-cotone sulla cera, mi chiede E cosa vuoi fare, la maestra? No. Non provo a proseguire il discorso, le possibilità, le strade chiuse e quelle con uno spiraglio. Non ho intenzione di tirare fuori l’argomento politico. No, non voglio insegnare. Luana strappa leggermente troppo forte (nell’autobus ruoto la caviglia, contraggo il polpaccio). E cosa vuoi fare?

Sono le nove. Sono in Piazza Gramsci, è il mio settimo anno di università, non ho visto più niente della strada che conosco a memoria dopo l’insegna di Luana (non ho visto il cartello stradale “Duddova” che mi fa pensare alla Russia, né ho visto le prostitute scendere dall’autobus via via, lungo la Valdambra). Penso a Luana: avrà trovato le chiavi in borsa, adesso apre la porta, accende le luci, apre il negozio.

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