Troppi fegatelli fan venir la gotta

(Un post che forse dovrei pubblicare tra qualche giorno, ma dai, chissene, chimmicaha?)
UN POST CHE PER SBAGLIO STAVO PER PUBBLICARE SUL BLOG SERIO. non ci voglio pensare.

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Bokeh. Metteteci una musichella evocativa in sottofondo, e avete fatto tre quarti di un film indipendente

Ciao.
la sera stessa in cui ho scritto il post deprescion, al ristorante ci hanno detto che c’è troppa poca gente e quindi tutti i nuovi se ne potevano tornare a casa e poi semmai ci chiamano a fine mese.
Quindi:
1) complimentatevi con me per il tempismo stratosferico
2) rallegratevi del fatto che NON SONO ANDATA AL SALONE DEL LIBRO E POTEVO ANDARCI A GRATIS PORCHISSIMA QUELLA VACCA DI UNA CAPRONA
3) gioite, ché ho del tempo libero, qualche soldo e la possibilità di fare la giuria ggiòvani in uno dei pochi eventi culturali di questa valle desolata, un festival di cinema che c’è da tanti anni. Bello, ganzo, figo!

Mercoledì dunque vado all’apertura, tutta piena di buona volontà: il lungometraggio che apre la rassegna è sostanzialmente un’occasione sprecata, e sprecata male di brutto. Letteralmente data in pasto ai porci. Letteralmente, perché erano più le scene di suini grufolanti e ovini razzolanti e bovini muggenti che non la storia della comunità in questione o dei giovani tossici. E poi. Girata in modo sballonzolino, con la messa a fuoco problematica, un sacco di scene al buio con mezzi nettamente inadeguati (e vabbene il lo-fi, epperò che cazz), inquadrature BOH… Io non ho nessuna competenza seria per parlare di cinema in modo serio, ma almeno qui, nel mio angolino cazzone, lasciatemi dire che almeno un po’ di naso per distinguere la cioccolata e quell’altra roba lì ce l’ho.
Nel senso, non ho studiato cinema e di fotografia, per quanto mi piaccia, ne so molto poco. Ma insomma: un film bello so come è fatto. Magari non ne so parlare bene, però lo riconosco.
Ecco, quello non lo era.

Vabbè. Film successivo. Altra fotocamera tremolina, una marea di bokeh, un botto di sfocati random.
Ripeto. Ok: lo-fi, presa diretta, naturalezza, VA BENE, però poi c’ho la nausea. Anzi, il mal d’auto, visto che a quanto pare a sti registi della naturalezza piace un sacco appoggiare la videocamera sul cruscotto e guardare tutti quanti l’effetto che fa.

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Non trovavo una foto esplicativa, quindi l’ho fatta io. Classica scena da documentario indipendente: la profondità intellettuale di uno yogurt finito. Dettaglio.

Poi un corto un po’ boh, poi basta.
Ieri sono arrivata tardi, che avevo un colloquio senza cappuccini per cui prego tutti voi di incrociare ogni arto incrociabile, e ho assistito solo alla proiezione dei corti (i lunghi me li recupererò da casa, legalmente che ci s’ha l’autorizzazione) (giuro!). Volevo morire.
Volevo
Morire.

Cioè ma non è che per forza il tuo corto deve essere più lungo degli altri. Me li spieghi DICIASSETTE MINUTI di suoni di campanacci e riprese sfocate sottomarine? Me li spieghi gli intervalli di sitar e bokeh nella storia della transgender indiana? PERCHÉ? Visto che sei a Chennai ce li dovevi mettere per forza? Menomale che in Puglia a raccoglier pomodori non c’era la taranta sennò me ne andavo per davvero. E soprattutto, perché ci sono solo documentari e nemmeno un film-film?
L’ultimo corto, tre minuti di dettagli inquietanti del MAXXI, mi è piaciuto.

Ma sono uscita da lì con una sensazione di rigurgito de profondità intellettuale che ccioè mica tutti possono capi’.
Son tornata a casina, che non vedevo dalle ore nove di mattina, ho mangiato e poi, in un impeto di masochismo ma anche di rivalsa interiore, ho fatto forca alle proiezioni serali e sono andata al cineclebbe a vedermi SEARCHING FOR SUGARMAN che non avevo ancora visto.
Un altro documentario. Aiuto. Suicidio. Caffè.
E però evviva evviva, perché sono rimasta incantata. Bello tutto, il montaggio, la storia, la fotografia, la gente, i discorsi, ah, ah, aria fresca!

Oggi abbiamo decretato il vincitore dopo che insormontabili problemi tecnici hanno interrotto bruscamente la visione dei corti. Domani premiazione.

Altri dettagli divertenti del sundance de noantri: la batteria del pc attaccato al proiettore che rischia di scaricarsi a mezzo e windows sette avvisa tutti gli spettatori; il film sullo scultore che rifiuta l’etichetta di minimalista con colonna sonora di pianista minimalista; un film con allevi come colonna sonora (non è lo stesso perché allevi non è un pianista minimalista, è un cretino massimale), un film di uno sconosciuto che racconta in modo pomposo e sperimentalmente orrendo il suo percorso di formazione…
#tuttomoltobene.

haggis

Per chi non capisce il titolo, i fegatelli in gergo sono le scene riempitive, i dettagli, la gallina che razzola, il maiale che grufola, il sempiterno bokeh che bokehggia, un’antenna di tv tremolante su sfondo nebbioso etc.
Io l’ho imparato dal grandissimo René Ferretti, di cui vi propongo un corto destinato a restare nella storia.

E dai dai dai.


piesse per eventuali rosiconi: no, ovviamente no, non sono tutti così, c’è anche tanta roba bella e sconosciuta ed è bene che si facciano questi festival ed esistano queste iniziative. Lo penso davvero, anche se a ‘na certa volevo solo tanta droga.

 

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