#coglioneno, ma preoccupata parecchio. Un post ipocondriaco (e verso la fine anche un po’ sboccato)

Ho in bozze da una vita un post rivoluzionario su quello che accadrà nella prossima stagione di Tuin Pics, ma non mi riesce di trovargli la giusta misura, quindi per ora resta lì, poi si vede.
Scusa, Signorina Random.
Magari quando torno dalla montagna c’ho le idee più chiare… Sì, perché mi trovo in montagna, sulle dolomiti, è tutto bianco e pieno di neve e io sono assolutamente non preparata ad affrontare la situazione. I pantaloni da sci (ricordiamoci tutti che #iononscio) me li ha dati Miranda e mi stanno strettissimi essendo lei un tantinello meno abbondante della sottoscritta, con le calze duecentosettanta denari + pile sotto poi… Una goduria. Aggiungiamoci il fatto che qua se magna bene. E che, in generale – sarà lo stress, è sempre lo stress – ultimamente non è che ho proprio mangiato pochino.

Insomma, ci ho una bella panzotta. E stamani, guardandomi questa bella panzotta, ci ho trovato sopra un coso che pensavo fosse una crosticina, ma che non si faceva grattare via né era particolarmente in rilievo e allora ho pensato: ma guarda miranda che mi fa i microsucchiotti, e invece non era nemmeno un microsucchiotto, e nemmeno il lividino dei bottoni dei pantaloni da neve stretti, ma, insomma, è un neo, uno di quei nei che la mia migliore amica le hanno scavato una caviglia per estirparglielo, uno di quei nei che i dottori ti guardano male, e allora ho fatto una cosa che non faccio mai: ho prenotato più o meno immediatamente una visita dalla dermatologa che ha guardato in faccia Madre, l’ha guardata male e le ha detto “quello lì va tolto”, ed era un robino che manco si vedeva.
Io ipocondriaca un so’, ma ammetto che ho un po’ d’ansietta.

Che si va ad aggiungere all’ansietta* del “sono tornata ad Avalon”, ovvero dove vivo, ho lasciato la casa di Roma perché per carità sono brava “e se avessi bisogno di qualcuno senz’altro chiamerei te”, ma fare altri mesi aggratis non solo era moralmente sbagliato, ma era anche fisicamente impossibile: ho finito tutti i soldi. Sul serio: ho duecento euro nella carta di credito (carta che la regione toscana ti costringe a fare con una precisa banca se putacaso vinci una borsetta di studio per farti il master di specializzazione per lavorare, carta “giovane” che se non la ricarichi di almeno cinquecento euro al mese ti scala un canone di TRE EURO, carta che verrà rapidamente mandata al macero), che finiranno presto perché, vaffanculo, una lezione di snowboard la voglio fare.
Mio zio è attivissimo e mi ha procurato un colloquio in un posto fighissimo (una casa editrice vera) dove però cercavano veramente tutt’altro e sì, c’era bisogno di tanta esperienza, ma è stato bello lo stesso.
Mia madre è attivissima e ha trovato un tipo che “ha un amico che” ha scritto un racconto e gli ho corretto le bozze di questo racconto e ci ho preso due lirette, mi ci son pagata gli scarponi da neve, ora siccome è rimasto contento forse mi fa leggere pure il romanzo, sempre dell’amico, e magari riesco a rimpinguare il mio stupido portafogli fighissimo pagato otto pound a Londra che ci sono andata quando ancora avevo dei soldi e mi ospitava un’amica. Vedi te se mi devo auto-giustificare perché C’È GRISI e nonostante tutto io sono andata in vacanza! Sacrilegio. Gli italiani devono fare sacrifici. Soprattutto i ggggiòvani.
Perché qua, intanto, di lavoro non se ne parla.
E mi dispiace, ma non ho partecipato al bando MIBAC per essere pagata dallo stato 500 euro (anzi, con tutto il cuore, morite male). Né accetterò l’ennesimo stage tirocinio superfigo non pagato e se chiedi il rimborso spese puoi andartene a fanculo.

Ho letto un post di recente, e sotto questo post c’era un commento, un tipo che diceva “eh bella mia ma devi fare la gavetta”. Questa cosa ce la dicevano pure al corso, questa cosa la dice chiunque. E ora io vorrei dire: e chi lo nega? È ovvio. È giusto. È indispensabile. Ma la formazione, questa maledetta stronzissima formazione, a un certo punto dovrà finire, o dovrà valere qualcosa? È gavetta il fatto che le case editrici – o qualsiasi altra azienda di qualsiasi altro settore, pubblico o privato che sia – campino sul tuo lavoro e dopo tre mesi ti mandano perché c’è un altro a cui far fare gavetta? O è sfruttamento?
Perché ho la netta sensazione che se accetto stage e poi stage e poi stage non ne uscirò mai?
Perché sono arrivata alla conclusione che preferisco fare un lavoro per cui non ho studiato e per cui non serve specializzazione, ma almeno mi permette di vivere, piuttosto che dannarmi e accettare duecento euro lordi per un mese di collaborazione (esempio non troppo irrealistico)?

Risposta: perché mi sono rotta il cazzo. Ho lavorato in questi anni, non da pagarmi tutto da me, ma almeno da evitare ai miei di pagarmi vestiti vacanze e bollette (e la stampa della tesi, e l’ultima rata dell’università…). Ho fatto tante cose, poi io mi appassiono a tutto quindi pure appiccicare le bande elettroniche ai libri era diventato divertente. Ho lasciato perdere l’università, mi sono iscritta al master per redattori editoriali, mi sono fatta un culo quadruplo per fare i compitini e fare le cose per bene al fine di ottenere lo stage, ho ottenuto lo stage, ho fatto lo stage, è andato bene, e adesso?
E adesso son qui.
Precisamente a sedere sul cesso (eh, mancava da un po’) del residence di montagna in cui mi trovo solo perché per varie ragioni la stanza non la pago e non sciando non ho bisogno di noleggiare attrezzatura e maestri e skipass ma mi serve solo la macchina fotografica (la reflex che mi hanno regalato alla laurea i miei amicici che assecondano gli hipsterismi <3) per fare hipsterissime foto di cavi nella nebbia nevosa.

20140129-091633.jpg
(E per infradiciarmi per benino le gambotte, che le scarpe con la caviglia più protetta costavano troppo)

E sabato torno a casa e ricomincia la giostra.

Perché non posso chiedere ai miei di mantenermi fuori casa, e già odio chiedere ai miei di mantenermi proprio: e quindi manpower, e adecco, e centro per l’impiego, e duemila curriculum impaginati con indesign e la font figa e la grafica smart da mandare alle case editrici, perché, accidenti a me, è quello il lavoro che voglio.

Se avete tesi da farmi correggere, mandatemele che ve le fo belline. Non dovete nemmeno pagarmi i contributi.

—-

* lo so, due post più sotto avevo scritto “basta ansia”, ma non ero ancora tornata a Avalon.

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4 pensieri riguardo “#coglioneno, ma preoccupata parecchio. Un post ipocondriaco (e verso la fine anche un po’ sboccato)

  1. La soluzione è “uniti si vince” ” divisi si perde”, ma la gente è testadicazzo e non capisce (o peggio forse, non gli frega) che il sì di uno condanna tutti gli altri.
    Quella storia dei contatti, ho detto solo che capisco perché la gente lo fa, ma non approvo.
    Io ne sono fuori e mi sono ficcata in un mondo forse ancora più fantastico: Amministrazione Smisurata dove casualmente lavora anche #padre e allora quando passo io per i corridoi: “Quella? Quella è figlia di.” E giù a ingoiare altra merda. Perché tanto non ce n’è già abbastanza in giro.

  2. Per prima cosa ti dico: you are such a sòla.
    Perché sì, va bene, mettici quanto vuoi a fare il post su TP. Però anche no. Anche FALLO. Io lo voglio leggere e commentare! Non lanciare il GEIMS e poi nascondi la HARLEY.
    Poi, per lasciare la mia opinione su #coglioneno: premetto che quelli che si definiscono “creativi” alla voce lavoro li odio. Perché creativo, quando io andavo a scuola, era un aggettivo, non una professione. Poi si sa, i tempi cambiano, io sono antica. Ma creativo = lavoro, ma “Where do you live? Fairyland?” per citare Eli Gold. Comunque.
    Sono d’accordo con quello che hai scritto. Volevo fare un commento più articolato, ma poi ho pensato alla mia situazione e mi è preso male. Sorry.

    1. No, dai. Ci provo.
      Allora, la mia situazione è diversa, perché io lavoro.
      Tralasciando il fatto che sto andando avanti da 5 anni con contratti a tempo determinato/interinali.
      Tralasciando il fatto che non sarò una #creativa, ma vengo dai famigerati beni culturali, quelli che “potrebbero garantire lavoro a tutti, ma sai, siamo in Italia”, e ovviamente per campare faccio tutt’altro.
      Io mi sono rotta di quelli che mi dicono che sono fortunata perché lavoro.
      Di quelli che, dall’alto dei loro posti a tempo indeterminato, mi dicono: dai per ora prendi questo. Per ora accontentiamoci.
      L’unica ad accontentarmi sono io. E non sono fortunata per nulla. Se mi va bene lavoro per qualche altro mese. Se mi va male il 1 Luglio sarò ufficialmente in vacanza.
      Perché ho accettato tutto questo? Perché, a differenza di quello che hanno detto certi esponenti della politica che sono giusto un po’ fuori dalla realtà di tutti i giorni, non mi va di farmi campare dai miei genitori. Io ho lottato per mantenere il mio posto di lavoro, ma sono stata ostacolata dai miei stessi colleghi precari, che per paura di inesistenti ritorsioni hanno piegato la testa. Di nuovo.
      Un po’ questa cosa dell’accettare qualunque cosa pur di rimanere nel giro la comprendo.
      Io sono fuori dal mio ambiente da 5 anni, non ho più conoscenze, non sono più preparata e competitiva per il mondo dei beni culturali. Ormai mi sono “rassegnata” a fare altro.
      Ma anche in ambito “altro” è la stessa zuppa. Se non siamo noi, in massa, a protestare, a pretendere di essere trattati come gli altri e di ricevere un compenso per il nostro lavoro, non sarà lo stato o l’ipotetico datore di lavoro a venirci incontro e ad accogliere le nostre esigenze.
      Invece qui si continua a marciare sul fatto che tanto, se tu rifiuti, dopo di te ci sarà un altro #coglione che accetterà, magari a condizioni anche più misere.
      E allora mi sa che i veri #coglioni siamo noi. E probabilmente ci va anche bene.

      1. Ma sai, sono d’accordo con te, anche se vedo praticamente irrealizzabile uno spirito “corporativo” dei precari, che siano designer o redattori o umanisti. Riguardo al termine: hai ragione, ma il messaggio che passano i tipi, creativi o meno, è giusto. Per certe cose è più facile sentirsi legittimati a non pagare o non pagare un cazzo. Ed è vero che bisogna essere in tanti a rifiutarsi, però poi: come si fa? L’hai detto anche te, per rimanere “nell’ambiente” è necessario piegarsi.
        Nel mio caso ho scelto di non rimanere a Roma e frequentare il pigneto tutti i giorni e i cinemini e gli aperitivini e le presentazioni: non solo perché è una vita costosa e fare la cameriera per pagarmi gli aperitivini e i cinemini per tentare di rimanere nel giro è deprimente, ma anche perché ci sono altre settecentocinquantamila persone che fanno esattamente la stessa cosa, ed è un giochino al massacro fatto di sorrisi simpatici e sgomitate al curaro. E fa tristezza, e pure un po’ schifo. E quindi non so bene quanto “manterrò i contatti” – d’altro canto… Ma tutti quei settecentocinquantamila i contatti li mantengono davvero? No perché boh, a me fa tanto l’idea di stalking.
        Ecco, vedi, sparo veleno pure io alla fine.
        Comunque niente, ciài ragione, e la cosa brutta è che non vedo soluzione, né collettiva né individuale.

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